Bloccarsi

Sono in quello stato di blocco, di fermo, di immobilità che lega le gambe, chiude le braccia incrociandole sulla pancia, tappa la bocca e incolla la lingua al palato.

Sono ferma su un baratro e non capisco se io abbia o meno voglia di saltare e vedere se sul fondo ci sia qualcosa.
Sono seduta al centro di una piscina colma di acqua gelida e non riesco a trovare la forza di tornare in superficie.
Sono in piedi in una stanza buia, so di avere l’interruttore ad un paio di passi, ma non sono in grado di muovere anche solo un muscolo per accendere la luce.
Sono seduta in mezzo ad uno stadio qualche ora prima di un concerto, hanno appena aperto i cancelli e io non mi muovo. Resto seduta, senza correre verso il palco e senza schivare la folla urlante che si ammassa sulle transenne.

Sono bloccata, non riesco a scrivere.
E in questo stato di inerzia mi muovo come un guscio vuoto senza poter tenere traccia del tempo.

Non riesco a scrivere, Sono bloccata.

Danza e amore

Era una giornata triste, grigia, opaca e piena di pensieri pesanti e tristi.
Era una giornata inconcludente, lenta, stanca.
Poi ho acceso la musica, ho cercato una canzone alla quale ricollego tantissimi ricordi agrodolci e ho iniziato a ballare. Ma non ho danzato sola.
Ho allungato le braccia attorno ad un torace caldo, morbido; ho appoggiato la guancia alla sua e ho ballato.
Ho pianto, ondeggiando piano.
Ho pianto davvero tanto cantando a bassa voce quella canzone mentre cercavo di non inciampare sulle mie pantofole.
Ho condiviso le mie lacrime con un’anima che sento affine e vicina, guardando un paio d’occhi ogni tanto indifferenti, ma sempre fissi su di me.
Ho ripensato ad occhi simili, a balli diversissimi eppure comuni, a gioie immense che resistono senza sbiadire nella memoria.
Era una giornata triste e lo è ancora.
Era una giornata inconcludente e lo studio non sembra voler procedere nella giusta direzione.
Ma ho ballato, in pigiama, nel mio salotto.
L’immensa solitudine delle mie lacrime è stata condivisa e alleggerita, per circa 3 minuti.

Sono grata di poter sentire così tanto e di poter godere di questi momenti di una dolcezza unica.

Ho ballato, oggi, con qualcuno a cui voglio così bene da poter dire che ormai è uno dei miei grandi amori.

Certo, qualcuno dalla finestra di fronte avrà visto semplicemente una ragazza in pigiama ballare con in braccio un gatto, ma non possiamo pretendere capisca quanto ciò sia stato magico.

Celestina

Ti meriti.

Ti meriti un amore..

Tutti a ripetere, a ripeterti, a ripetersi che “ti meriti un amore”.
Ma non è vero. Non è assolutamente vero che ti meriti un amore che sia come lo sogni, che ti faccia felice, che dia un senso alle tue giornate.
Non è assolutamente vero che prima o poi incontrerai la persona con cui stare bene, anche se sei te stessa.
Sono tutte cretinate.
Perché tu, da quando hai iniziato a leggere i primi libri, ti sei convinta che prima o poi sarebbe arrivato quell’Amore, quello a cui dedicare le canzoni, a cui pensare prima di addormentarti.
Perché tutti sanno che tutte le ragazze aspettano solo che quell’Amore le abbracci e curi le loro cicatrici.
Ma, ripeto, sono cretinate.
Perché tu ti meriti ben altro.
E poi, vorrei capire perché tu devi essere per forza una ragazza (o una donna). Per quale motivo tu non puoi essere un uomo?
Non si può dire ad un ragazzo che merita l’amore che lo faccia svegliare felice, che lo faccia addormentare sereno, che  lo faccia sentire finalmente al sicuro? Un ragazzo non merita di trovare la persona che non lo tormenti con polemiche inutili, che gli permetta di essere fragile, che capisca i lati brutti del suo carattere e li apprezzi, che comprenda i suoi fantasmi?
Ma non importa.  Perché tu, anche se sei un ragazzo, non meriti quell’Amore.

Tu, tu ti meriti ben altro.
Ti meriti di non aspettare, di non rimandare, di non collezionare cose da fare quando quell’Amore arriverà.
Ti meriti di metterti a dieta perché tu vuoi baciare il tuo riflesso o il tuo bicipite.
Ti meriti di cambiare taglio di capelli perché hai avuto la botta di coraggio che aspettavi da mesi. Ti meriti di farti crescere i baffi perché vuoi farlo da quando avevi quattordici anni.
Ti meriti di prendere la bicicletta e andare in un prato con un libro, una chitarra, un quaderno, dei fogli e dei pastelli. A ritrovare te stesso. A capire te stessa.
Ti meriti di ridere fino a stringere forte le gambe per paura di fare la pipì dentro ai tuoi jeans preferiti.
Ti meriti di credere in te, anche quando va tutto male.
Ti meriti sogni che non realizzerai mai, ma che ti definiscono.
Ti meriti di progettare viaggi e di trovare il coraggio di farli, da solo, senza qualcuno a convincerti a cambiare meta.
Ti meriti un gelato la prima domenica di sole, mangiato all’aria aperta leggendo quel libro che ti sta facendo innamorare.
Ti meriti la serenità di una pizza mangiata guardando Harry Potter per l’ennesima volta.
Ti meriti amicizie vere, che ti facciano sentire pieno.
Ti meriti anche le amicizie false, che ti facciano capire di più le persone.
Ti meriti di scrivere il grande romanzo che vuoi scrivere da quando hai messo il punto alla tua prima riga.
Ti meriti di cantare a squarciagola, sbagliando le parole o la loro pronuncia.
Ti meriti di fare l’amore con la persona sbagliata e che sia incredibilmente piacevole.
Ti meriti di fare l’amore e che sia assolutamente ridicolo.
Ti meriti di dare baci che ricorderai anche fra 30 anni.
Ti meriti di dare baci dei quali ti pentirai.
Ti meriti di fare cose che credevi non avresti mai fatto.
Ti meriti di fare cose che non rifaresti mai.
Ti meriti risate, pianti, urla, sobbalzi.
Ti meriti tutte le emozioni che sei in grado di provare.

Ti meriti, insomma, di vivere.
E puoi vivere anche da solo.
Ti meriti di conoscere ogni angolo dell’unica persona che merita di essere il centro del tuo umore.
Ti meriti di farlo con accanto un cane, un gatto, un marito, una moglie, quattro amanti, tanti amici, dodici figli. O anche nessuno.

Perché è una gran cavolata crescere aspettando un Amore che ci distragga dall’imparare a stare seduti, in un pomeriggio in cui il mondo sembra ci crolli addosso, e a fare affidamento sulle proprie forze e sulle proprie emozioni.

Ti meriti.
Ti meriti te stesso, ti meriti tutto l’universo e, magari, in tutto quello che vivrai ti capiterà di regalare te stesso a qualcuno che avrebbe corso il rischio di non vedere tutto questo essendo imbrigliato nei vincoli di essere, semplicemente, un Amore.

wp-1489690901436.jpg
Ti meriti di prendere la bicicletta e andare in un prato con un libro, una chitarra, un quaderno, dei fogli e dei pastelli. A ritrovare te stesso. A capire te stessa.

 

 

Il tramonto

Buonasera,
Riguardando le foto del mio viaggio in Oman dopo una lunga giornata di riposo e dolori dovuti all’operazione di giovedì, mi è venuta in mente una scena che, nonostante gli antidolorifici, vorrei provare a condividere con voi.

Buona serata,
Celestina

-Cosa fai?!-
-Cosa faccio? Mi fermo, questa salita mi ha ammazzato. –
– E allora alzati, non stiamo fermi qua! Dai!-
-Un attimo, sono senza forze. Ti ricordi la prima volta che mi hai chiesto come stessi?-
-Sì, mi hai guardata come se ti stessi chiedendo il codice fiscale.-
– E ricordi il nostro primo bacio? Quando io volevo baciare te, tu volevi baciare me, ma ti si leggeva in faccia che credevi fosse troppo presto e volevi fare la preziosa.-
– Certo. Tu stavi lì e mi guardavi, sembravi sul punto di saltare addosso alle mie labbra. Toccava a me decidere se baciarti o meno e tu non rendevi facile il mio volerci andare piano. Non ti conoscevo abbastanza.-
– Eppure ti sei lasciata baciare-
– Me lo ricordo come fosse ieri.-
– E ti ricordi la prima pizza mangiata insieme? Quando hai tirato fuori le forbici per tagliarla e io ti ho guardata come fossi pazza?-
– E’ più comodo, non rompere.-
– Il fatto è che io mi ricordo molto, quasi tutto. Mi ricordo che la prima volta che ci siamo salutati ci siamo baciati sulla guancia e a me era già bastato per aver voglia di baciarti ancora e ancora. Ricordo l’odore che avevi a quel primo bacio. Ricordo la prima volta che abbiamo dormito abbracciati ed è stato come se vivessimo insieme da una vita. Ricordo di aver adorato il fatto che non stai zitta nemmeno quando dormi. Ricordo il libro sul tuo comodino la prima volta che abbiamo fatto l’amore. Ricordo la prima volta che mi hai parlato delle tue cicatrici e tutte le volte in cui, poi, hai cercato in me un modo per dimenticarle o, almeno, accettarle. Ricordo la prima volta che ti sei offesa, mettendo il broncio. Ricordo la prima volta che abbiamo litigato. Ricordo quanto hai urlato, quanta cattiveria è uscita dalla tua bocca e soprattutto lo sguardo tradito che avevi. Ricordo come mi sono sentito impotente, come io abbia baciato le tue lacrime, come sia stato fare l’amore ancora arrabbiati e delusi. Ricordo come sia stato potente sentirti addormentare di nuovo tra le mie braccia.
Ricordo lo sguardo distante che avevi quella mattina, quando mi hai detto che era finita. Così. Di punto in bianco. Ti ricordi quel momento?-
-Sì, sai che me lo ricordo. Ma non riesco a seguirti, dove vuoi arrivare?-
-Ti ricordi quando mi hai detto che amarmi, amarti, amarci, non era abbastanza e non era quello che ti serviva?-
– Me lo ricordo. Ma non voglio parlarne, ti prego. Guarda questo panorama e pensa ad altro, per favore.-
-Non piangere. Non piangere. Vorrei solo tu ricordassi come ricordo io.-
– Ricordo tutto.-
– Io ricordo come me ne sono andato, quella sera. Ricordo i messaggi, il dolore, tutte le ferite che mi hai inferto con una cattiveria quasi non umana. Ricordo però i tuoi occhi. Li ho ricordati a lungo.
Ricordo le ragazze venute dopo, la prima volta che ho fatto l’amore e non eri tu. Ricordo quando ho baciato labbra più belle, più buone, più tenere delle tue. Ricordo quando ho detto “ti amo” credendoci e a rispondere “anche io” non eri tu. Ricordo ogni margherita che mi ha fatto pensare a te, ogni girasole regalato ad una qualche ragazza che non fossi tu. Ricordo ogni primo appuntamento dopo il nostro. Ricordo altri film, altre pizze tagliate con coltello e forchetta, altre passeggiate, altri pomeriggi lungo il fiume a leggere libri, altri sogni, altri amori. –
– Sono grata che tu sia stato felice dopo di me, sai che non mi perdonerò mai per come ti ho trattato. Ma dove vuoi arrivare?-
– Da nessuna parte, è che sono qua con te, salendo lungo un sentiero in un luogo inaspettato, ho pensato a tutto questo.-
– Ma perché vuoi sempre rovinarti le cose belle? Siamo qua, stiamo facendo questo viaggio improvvisato, va tutto bene, no? Perché non pensiamo ai problemi una volta rientrati?-
– Non sono problemi, è questo il punto. Stavo pensando a quando ci siamo incrociati negli anni, a quanto tempo siamo stati senza parlare e senza lanciarci segnali. Penso a te, in un bar di una città che non conoscevi e che, forse, in quel momento stavo camminando a 300 metri da te. Penso a quante cioccolate calde di Cesare hai bevuto, pensando che ci saremmo dovuti andare un sabato pomeriggio. Penso a quante cose hai scritto e visto senza condividerle con me. Penso, e non vorrei pensarci, a tutte le volte che hai fatto l’amore senza guardare me.
Penso, anche, a quanto ci abbiamo messo per ricominciare a parlare. Per incontrarci di nuovo in centro e bere un caffè. Penso a quanto ci abbiamo messo per diventare quello che siamo ora. Penso a un mese fa, quando mi hai detto “senti, voglio fare questa pazzia, vieni con me?” e a me che, nonostante i mille impegni, in un paio di ore ti ho chiamata e ti ho detto che sarei stato felice di vivere questa avventura con te.
Penso a come tutto sia stato normale, in questi giorni. Alla tenda. Al deserto. Ai tramonti nei quali ti ho vista piangere da lontano, prima di venire ad abbracciarti in silenzio. Penso alle albe che ho visto con te emozionata al mio fianco. Penso a questo. –
-Ora sì che piango, è tutto molto bello. Ripartiamo? Vorrei arrivare lassù prima del tramonto, dai!-
– Aspetta ancora un attimo.
In tutto questo pensare ho ricordato una cosa, una cosa stupidissima. Ho pensato a quanto fossi giovane quando, nel momento in cui mi hai sorriso e baciato, abbracciato e coccolato, io mi sia sentito pronto a sposarti. Ero un ragazzino, dovevo ancora iniziare a vivere eppure mi sentivo così innamorato che ti avrei sposata subito, senza nemmeno conoscerti.-
– Ahahah, è vero. Però devi ammettere che eravamo teneri, anche se incoscienti.- 
– Già, eravamo incoscienti. Lo eravamo soprattutto perché non sapevamo cosa sarebbe successo negli anni. Però mi manca, sai?-
– Essere giovane? Te l’ho già detto: invecchiare ti sta facendo bene, sei molto più affascinante!-
– Essere incosciente. Mi manca essere incosciente con te. Mi manca quel brivido che ho provato quando mi hai detto che ti saresti sposata volentieri in una chiesetta in montagna, nonostante soffrissi di vertigini. Mi manca così tanto che io, adesso, nonostante tu stia diventando un po’ verde ricordando quanto siamo in alto, vorrei dirti una cosa importante.-
– Dai, dimmela e non tirarla per le lunghe come al solito, che voglio arrivare in cima in tempo.-
– Ok.-

Pausa.
– Ok cosa? Dai, non fare il cretino.-

Pausa.

-Perché sei diventato pallido? Ti senti male? Vuoi dell’acqua?!-
– Sposami.-
-Cosa?-
-Sposami e smettiamola di fare i cretini a rincorrerci per secoli. Sposami perché non posso sopportare l’idea di vivere un altro giorno in una tenda, in un albergo, in una casa col giardino, in un angolo qualunque del mondo senza poter sapere cosa passa per la tua testa e cosa sta facendo cambiare colore ai tuoi occhi. Sposami perché eravamo incoscienti e innamorati. Sposami perché siamo ancora incoscienti e soprattutto innamorati.-

Ora dovresti dire qualcosa. Per favore. –

Lei non parla, trema, scuote la testa, sussurra una imprecazione e riprende a camminare.

-Puoi dire qualcosa, per favore? Sai, mi sono esposto come un cretino.-

Lei non dice nulla, non lo guarda mentre si rialza e inizia a inseguirla,  continua a camminare in salita, sempre più veloce.
Arriva in cima. Ha il fiatone.
Lui la raggiunge.
– Ok, ho capito. Scusa, puoi dire una sola parola?-

Lei fissa il cielo blu che piano,piano, inizia a cambiare colore. Sorride, lo guarda. Tace.
-Beh, almeno non ti sei persa il tramonto! E’ davvero bellissimo, non trovi?-
Lei guarda il cielo, respira, sorride
-Già, è davvero il posto perfetto per dirti di sì.-

 

 

 

In un attimo e per sempre

Buongiorno,
Con la buona notizia delle mie imminenti dimissioni è arrivata anche una briciola di ispirazione.
Vi lascio questo breve scorcio, sperando riesca a trasmettervi tutto quello che io avrei voluto far trasparire.

Celestina

 

-Pensa ad un posto bello- le dissero.
-Pensa a qualcosa che ti faccia sentire felice. –
Lei, tremante e spaventata, dolorante e ansiosa, li guardò negli occhi cercando di capire come avrebbe potuto pensare a qualcosa di bello.
-Pensa a qualcosa di bello- ripeterono.
Lei si sentì sopraffare, cosa avrebbe dovuto pensare? E poi successe: non pensò. Semplicemente lasciò per un istante che il resto si annullasse dentro di lei. In quel nulla, nel non-pensare, trovò qualcosa di bello.
Trovò la sensazione di una domenica mattina di inizio primavera, di quelle in cui metti il pile e non più la giacca,in cui ti stendi tra le margherite e lasci che il sole penetri sotto la pelle e ti scaldi le ossa.
Trovò la pace di un abbraccio caldo, di una risata che riecheggia nei campi, solletica le montagne e ritorna senza perdere forza.
Trovò la gioia di essere nel posto più bello del mondo, con le anime più belle dell’universo. Stette lì, in pace.
Per quella vita intera passata in quello spazio senza tempo, fu felice.
Trovò, in quell’attimo infinito, quello che aveva cercato e avrebbe rincorso per tutta la sua vita.
Perché si svegliò, con il sorriso ancora impresso nella sua mente, ed era tutto offuscato e spento.
Si svegliò, iniziando a piangere, in quel grigiore ormai lontano da quella sensazione verde e blu di pace e gioia nella quale, per qualche ora e per sempre, si era rintanata.

Finestra

Buonasera,
in un letto d’ospedale è difficile trovare l’ispirazione per racconti ambientati in luoghi molto diversi, quindi vi incollo una brevissima storia che mi è venuta in mente mentre guardavo la luce del tramonto sbucare da un angolino di una delle finestre della mia camera. Non è granchè, ma non si devono mai voltare le spalle all’ispirazione.

Buona serata,
Celestina

 

 

 

Sono qua, che guardo questa splendida luce che entra dalla finestra.
Dove sei?
Spero tu sia in un prato, a fare una passeggiata al tramonto.
Spero tu abbia tra le mani un guinzaglio blu e stia chiamando con il sorriso quel puntino lontano che corre nella tua direzione.
Spero tu sia felice, di quella felicità che ti fa brillare gli occhi e ti colora le guance di rosso. 
Spero tu abbia i capelli sparsi nel vento,liberi e luminosi come quando mi guardavi e mi dicevi che ti sentivi finalmente serena.

 

Spero che il tuo pensiero per un attimo si alzi verso questa finestra e si sposti verso me.
Ma spero, con tutto il cuore, che non ti renda triste sapermi qua.
Perché domani, dopodomani o al massimo il giorno dopo mi riprenderò le mie forze e uscirò da qua.
Entrerò dalla porta, poserò a terra la borsa e, guardando i tuoi occhi stropicciati di sonno ti dirò, semplicemente, che sono tornato a casa.

 

Perché tornerò, amore mio. In un modo o nell’altro.

Sfortuna e antidolorifici, cercando la magia

Buongiorno a tutti,

scrivo, aggrappata alla rete del cellulare, dall’ospedale di Cremona. Ieri avrei dovuto leggere il mio bellissimo libro ai bambini della scuola elementare di Vidigulfo e respirare un po’ della magia di Margottina, di cui avevo un bisogno immenso, ed invece mi sono ritrovata ricoverata per appendicite. Infatti,  il momento di sfortuna  di cui vi ho parlato, è continuato con febbre molto alta e dolori al fianco. Dopo due settimane di visite, di “cosa sarà?!”, di dubbi e dolori, ho scoperto che si trattava di una bella appendicite riacutizzata. Mercoledì, accompagnata da mamma e papà giunti di corsa dal Friuli, sono stata ricoverata e ieri mi hanno operata.
Il problemino, quindi, parrebbe risolto e ora devo solo aspettare che passino i dolori post-operatori per ricominciare la mia routine con il sorriso e ridendo in faccia ai piccoli colpi di sfortuna.

Spero di ritornare a casa presto, di riprendermi e, soprattutto di potermi riappropriare della magia di Margottina che la sfortuna mi ha sottratto.
Dolorante e rimbambita dagli antidolorifici, vi mando un saluto prima di ritornare a fissare il soffitto di questa bellissima stanza d’ospedale.

 

Magari, fra una flebo e l’altra, giungerà l’ispirazione… chissà!