Trasloco, lontano dal cielo

Ciao,

faccio una pausa dallo studio domenicale (che vorrei tanto si trasformasse nella lettura del libro che tengo sul comodino da troppo) per condividere con voi una storia che mi è appena venuta in mente.
La casa nuova sta diventando sempre di più “casa mia”, anche se non avere una connessione internet dimostra in modo troppo sfacciato quanto ormai io ne fossi diventata dipendente.

Detto ciò, eccovi il mio trasloco da un’altra prospettiva, spero vi piaccia!

Celestina

Quando ho sentito la mia umana parlare al telefono e dire che ci saremmo trasferite, mi sono preoccupata.
Odori nuovi, mobili nuovi, rumori nuovi.
Non avrei più avuto il mio angolino fra il divano e il mobile in cui nascondermi a farmi le unghie senza farmi rimproverare. Non avrei più fatto agguati dalle scale che portano al bagno.
Non avrei più grattato le ante della doccia per poter guardare cosa stesse succedendo dentro.
E tanto altro.
Passai gli ultimi giorni – che potevo contare in base al vuoto sempre maggiore in casa – sul mio cuscino vicino alla finestra. Adoravo quella finestra. Da lì, stando stesa, potevo quasi annusare il cielo.
Da lì, nascosta dalla tenda, potevo spiare i piccioni sui tetti vicini e richiamarli miagolando quando andavano via.
L’idea di perdere tutto questo mi faceva temere il trasloco.
Poi arrivai nella casa nuova: un nuovo pavimento, più lucido, liscio, su cui correre a tutte le ore; una nuova cucina, luminosa e grande, con una finestra che arriva fino a terra che mi permette di spiare nuovi piccioni e anche qualche nuovo uccello; una doccia nuova, con le porte trasparenti, così posso giocare ad acchiappare il getto d’acqua ad ogni doccia della mia umana; un divano nuovo, comprato appositamente per me, su cui provare a farmi le unghie di nascosto; le tende che, cosa nuova, toccano terra e mi permettono di nascondermi per fare agguati alle pantofole che si avvicinano; i vecchi cuscini sui quali, la sera, ci mettiamo a dormire – una sopra e una sotto al piumone-come nella casa vecchia; una lavatrice nuova, con l’oblò, che mi spaventa tanto ma prima o poi affronterò; l’angolo del muro della cucina, accanto al quale mi piace stendermi e strisciare, tenendo le zampe appoggiate alla parete.
Questa casa è piena di cose.
Però non è vicino al cielo.
Non vedo più i piccioni sonnecchiare fra le tegole, ma qua guardo tutto un altro spettacolo.
Non ho più il naso che quasi sfiora il cielo, è vero.
Ma sento i rumori della strada, gli odori dell’asfalto e delle aiuole sotto la finestra e poi vedo loro, così complessi nel modo di muoversi e comunicare. Li vedo scendere dalle auto, entrare nei negozi, suonare ai citofoni, portare pacchi grandi e piccoli, seguire i loro cani quando escono per la passeggiata e cercare di farsi seguire dai loro cani quando rientrano verso casa, litigare e baciarsi, quanti baci vedo!
Da qua, da questa finestra, vedo gli umani di tutti i colori, gli odori e  gli umori, e loro, ogni tanto, vedono me
– Guarda, un gatto!- dicono
E io  vi posso giurare che tutti, nessuno escluso, nel dire GATTO, mi fanno un bel sorriso.

 

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bicchieri mezzi vuoti, pozzanghere e cappelli

Trovare il coraggio di scrivere su questo mio spazio è stato davvero difficile, lo ammetto.
L’ultima volta che sono passata di qua stavo iniziando a fare scatole e a programmare il trasloco. Ora, sono al termine del mio secondo finesettimana nella casa nuova, il primo senza scatoloni in mezzo al corridoio.
Ovviamente non ho una rete internet e ho come il sospetto che sarà così per almeno un altro mese.
Sono stati giorni difficili, immersi in un periodo difficile.
Ma, e ringrazio il cielo ci sia sempre un Ma, oggi ho deciso sarà diverso. Praticamente stamattina mi sono svegliata con l’umore grigiastro al quale ormai mi sono abituata e mi sono presa il lusso di rimanere stesa a letto a coccolare Daisy e ad ascoltare la pioggia.
Ho sentito la mancanza di qualcosa di fondamentale.
Ho sentito un vuoto, una necessità non appagata, un bisogno non soddisfatto.
Mi sono resa conto che ciò che più mi manca è tutto quello che ero riuscita a rendere parte di me ed un elemento caratterizzante: il sorriso e la voglia di comunicare e abbracciare il mondo.
Ultimamente, infatti, mi era passata anche la voglia di condividere, parlare (sì, sembra assurdo) o anche solo stare in mezzo alle persone. Nelle ultime settimane mi sono chiusa dimenticando quella smorfia che evidenzia le mie prime rughe e mi fa sentire così fortunata.
Dopo una nottata insonne passata a pensare che vorrei essere in grado di scrivere qualcosa di allegro (ho condiviso alcune foto con racconti nelle didascalie, ma – cavolo- mai una che finisca con qualcuno che è semplicemente felice) ho realizzato che prima di tutto devo ricordarmi di esserlo.
Abbiamo infiniti motivi per lamentarci, ne possiamo trovare uno all’ora se vogliamo. Non dico di “vedere il bicchiere mezzo pieno”, no. Dico di provare ad allontanare un po’ lo sguardo da quella metà vuota. C’è un bicchiere con dell’acqua, mi sembra già una buona cosa!
Quindi ho sorriso ai piccoli intoppi della domenica mattina, ho ballato, ho preparato un pranzo che mi ha ricordato la mia nonna e che la domenica io non voglio pensare alla linea, ho fatto un lungo pisolino, ho preparato il pane e ho scritto un po’ del mio secondo libro, dispiacendomi per la consapevolezza dell’esiguità dei quadratini di tempo stanco che riuscirò a dedicargli nei prossimi mesi.
Ed eccomi qua, 26 ore dopo aver scritto le righe qua sopra.
Già, perché ieri sera mi sono goduta dell’ottima compagnia, un concerto di pianoforte e una splendida pizza con le mie amiche.
Stamattina mi sono svegliata nello stesso grigiore e con la stessa determinazione di ieri e, nonostante altri piccoli intoppi nei quali il mio umore avrebbe potuto scivolare, sono seduta sul mio divano e mi sento quasi in pace.
In questo momento non vorrei altro.
Sarà che finalmente ho un divano (Un divano vero, con i braccioli, scelto da me per la mia casa), che anche se dovrei studiare ho deciso di sedermi qua prima di andare a dormire, che ascolto musica che mi scalda il cuore, che ho una coperta della mia nonnina a scaldarmi i piedi e che Daisy ha deciso di accoccolarsi a contatto con la mia mano sinistra.
Sarà che anche se sono demoralizzata e spaesata riguardo il mio futuro, ho di nuovo voglia di scrivere e mi sento un po’ più viva.
Sarà che il mio gatto si è spostato e si è appoggiato con il muso alla mia spalla destra, proprio sopra al disegno a forma di margherita.
Sarà che io riesco a ritrovarmi nei momenti più bui.
Sarà anche per altri mille motivi che non conoscerò mai davvero.
Ma adesso sono, per un attimo, dopo tanto tempo, in pace.
Sta tutto nel bicchiere, forse.
Sta tutto nel ricordarsi che la pioggia e le pozzanghere in cui cadere di faccia ci saranno sempre, ma sta a noi scegliere dove mettere i piedi.
Inciamperemo, scivoleremo, ci sentiremo sconfitti e non avremo neppure voglia di prendere l’ombrello perché “tanto cosa mi copro a fare”, ma in uno di quei momenti ci scapperà da ridere, troveremo qualcuno che ci fa spazio sotto al suo ombrello o, meglio ancora, decideremo di indossare un cappello e camminare a testa alta.

Una poltrona, un buddha e un vaso.

Buonasera,

finalmente, dopo una vita, mi siedo sul divano ignorando la marea di cose da fare e la stanchezza. Ho molte cose da scrivere, ma vorrei imparare a dedicare il giusto tempo alle cose per provare a crescere e ad uscire dalle solite emozioni che, purtroppo, inizio a ritrovare troppo spesso. Scrivo e cancello. Immagino e poi non riesco ad andare oltre ad un paio di frasi. Quindi, per ora, vi lascio un’istantanea di queste giornate.
Il trasloco è iniziato, lo studio procede (sempre meno di quanto vorrei), l’ansia è più o meno stabile e Pavia si sta immergendo nella sua aria autunnale che tanto adoro.
L’appartamento nel quale andrò a vivere appena gli scatoloni smetteranno di riempirsi e svuotarsi, sta iniziando a colorarsi con i pezzi di questa vita che non riesco a sentire come “vecchia” e attende che io abbia il tempo per andare (per la prima volta) a comprare il salotto e un altro paio di cose, per iniziare questa nuova fase che non sento ancora come “nuova”. Forse perché non c’è un nuovo e un vecchio, non ci sono porte da chiudere e altre da aprire, ma solo passi da mettere uno dopo l’altro senza affannarmi a voler centrare l’obiettivo e a voler strappare i punti di sutura delle mie ferite.
Sono contenta, spaventata, emozionata e curiosa.
Direi che è tutto bello, no?
Sono un paio di giorni che ripenso alle cose che sono anni che avrei immaginato di portare nella mia prima vera “casa” e sono tre cose che, ora, non ho.
Una poltrona. Veramente non ho nemmeno un divano al momento! Mi piacerebbe vivere, per sempre, in un posto in cui ci sia una poltrona con lo schienale alto e i braccioli gonfi ad aspettarmi. Una poltrona vecchia, rifoderata, che conservi nelle sue trame storie, vite e pagine lette sopra di essa.
Quella poltrona, nel mio immaginario, è il posto in cui scriverò storie, racconti e romanzi. Quindi, prima o poi arriverà, in questa casa o nella prossima.
Un buddha. Vorrei un piccolo buddha. Di plastica, legno, metallo, ceramica. Un buddha non comprato su amazon, magari acquistato per pochi euro in un mercatino in qualche via di una qualsiasi città asiatica. Non mi interessa sia di valore, anzi. Vorrei solo un buddha creato in un posto in cui quell’immagine abbia un senso e, poi, dargli il suo posto su una mensola, magari accanto all’incenso. Purtroppo ancora non ho programmato un viaggio in India, Laos, Cambogia, Vietnam ecc. e  sto guardando siti internet cercando di trattenermi dall’acquistare qualcosa che non sia preso fisicamente da un mucchio da me o per me. Credo nel fatto che gli oggetti conservino tutta l’emozione con la quale vengono colti e presi e, quindi, ancora di più il mio piccolo buddha aspetterà di arrivare pregno della gioia del mio viaggio o della delicatezza del pensiero con cui è stato scelto per me.
Un vaso alto e colorato, in cui mettere i fiori. Certo, ammetto che probabilmente starebbe troppo tempo vuoto e i fiori sarebbero troppo spesso secchi. Ma vorrei tanto avere la possibilità di tornare a casa e vedere su un tavolo (che ancora non ho) un bel mazzo di fiori di campo che trascinino dentro alle mie giornate, nei momenti di routine e stanchezza, la gioia che solo il verde di un prato può darmi.
Una poltrona, un buddha, un vaso.
Intanto riempio scatoloni, togliendo la polvere a cose che avevo dimenticato, sradicando dal “loro posto” cose che devono assolutamente rimanere nel mio spazio e pensando che nelle prossime settimane comprerò un divano, un tavolo, un tiragraffi e, poi, potrò continuare a muovere questi passi non troppo incerti nel mio nuovo ambiente.
Sono contenta, spaventata, emozionata e curiosa.
Continuerò a studiare, a scrivere, a coccolare Daisy, a ridere e a sognare ad occhi aperti.
Poi, un giorno, spolvererò il mio Buddha, cambierò l’acqua ai fiori e farò correre Margottina, Anna o chissà chi altro, stando scomoda nella mia bellissima poltrona.

Confessioni

Sono seduta su un divano con accanto un gatto e una tisana calda che fuma in una tazza che, in bilico, minaccia di bagnare la copertina rossa che mi copre le gambe.
Potrebbe sembrare una domenica noiosa, ma è il momento più caldo che io abbia assaporato nelle ultime settimane.
Io ho un problema enorme con le date: me le ricordo. Mi ricordo i dettagli, i giorni della settimana, probabilmente anche gli orari di cose successe anche tanto tempo fa o di eventi che sono accaduti senza che io potessi immaginare che me li sarei ricordati a lungo, se non per sempre.
Questo mi porta, oggi, a continuare a riempire le scatole dell’imminente trasloco continuando a scivolare in frammenti di discorsi e frasi.
Oggi è un susseguirsi di “sono due anni che..” o “sono sei mesi che..”.
Sono due anni che mi porto appresso una scatola di scarpe foderata con una carta regalo rossa e lucida. Dentro, ammucchiati in disordine, ci sono ricordi di un passato dolce e ingenuo, di futuri immaginati e tratteggiati come fossero certezze e che mi sono portata dietro come macerie di tutte le fondamenta che ero convinta di aver costruito. Oggi, dopo due anni dal giorno in cui quella scatola ha smesso di riempirsi e ha iniziato a seguirmi come un ricordo di qualcosa che avevo perso, la guardo e davvero ci ritrovo così tanta dolcezza e calore da restare sorpresa che lo stesso cartone abbia causato dolore e dubbi. Un anno fa mi chiedevo se ci fosse la possibilità di credere di nuovo in quella cosa indistinta, enorme e meravigliosa che è l’Amore. Oggi non me lo chiedo più, avendo finalmente abbandonato i sensi di colpa, i dubbi e la grande confusione causata dalla fine di quello che credevo fosse l’amore della mia vita. Oggi non cerco più disperatamente qualcuno che mi dimostri che è possibile. Oggi, seduta su questo divano, ripenso alla fortuna di aver avuto quella bellissima storia e sorrido per la consapevolezza che, prima o poi, succederà ancora. Ma senza fretta, senza pressioni, senza artifici. Se c’è una cosa che ho imparato quella prima volta è che l’amore può arrivare solo in modo spontaneo, naturale, sulla scia di un sorriso e di una risata. Mi libero dell’appellativo ironico di zitella, dell’autoironia sul fatto che “di santo ne avevo beccato uno, figuriamoci se ne capita un secondo” e mi godo questa solitudine che manca della vuota tristezza che credevo l’avrebbe caratterizzata e che, anzi, è piena di sfumature alle quali non ho intenzione di rinunciare (e che, magari, un giorno lontano, condividerò).
Sono, dunque, felice di questa mia solitudine.
Oggi sono sei mesi che mi sveglio quasi ogni notte con un freddo lancinante che mi stringe la gola. Sono sei mesi che la mia vita se ne sta bloccata davanti ad un sottile filo di seta e non trova la forza di scavalcarlo.
Ma quel filo, appunto, è un filo di seta.
In queste ultime settimane ho pensato molto e ho cercato di ritrovare una direzione, la pace, la tranquillità necessaria ad affrontare le sfide dei prossimi sei mesi. Negli ultimi giorno ho sempre più stretto tra le dita la consapevolezza di essere una cretina. Certo, sono proprio una cretina. Ho ripetuto spesso che il 2016 era stato un anno meraviglioso e, con altrettanta convinzione, ho ripetuto che questo 2017 stava facendo pena.
Col cavolo. Ho accumulato tanto dolore, non lo nego, ma ho fatto esperienze, viaggiato, stretto legami con persone che posso chiamare amiche, mi sono presa cotte immense per qualcuno prima ancora di saperne il nome, semplicemente per come inclinava la testa, mi sono data della scema per essermi infatuata di qualcun altro, ho fatto la mia prima vera vacanza al mare, ho nuotato tra i pesci, ho preso tanta pioggia a Lisbona, sono andata per la prima volta in un rifugio superando una delle mie fobie, ho passeggiato col mio gatto nello zaino, ho subito una operazione, un ricovero, fatto un incidente e di tutto mi è rimasta l’autoironia che amo così tanto di me, ho fatto una foto con Brad Mehldau, con Bosso (e il resto del magnifico quartetto), con Rava e Geri Allen, ho mangiato in ristoranti stellati cose che non avevo mai assaggiato, ho condiviso pizze che mi hanno regalato momenti importanti, ho fatto colazione al bar quasi ogni domenica mattina con il mio cornetto alla marmellata caldo e il cappuccino con la schiuma fantastica, ho scritto nuovi capitoli del secondo volume delle avventure di Margottina, ho conosciuto molte persone, ho tagliato i capelli, ho iniziato a fare attività fisica con regolarità, ho dato baci sui quali avrei potuto scrivere (e forse ho scritto) storie quasi irreali, ho mangiato la mia prima parmigiana, ho cantato a squarciagola ad un concerto indie in mezzo a ragazzi di quasi dieci anni più piccoli, ho pianto tantissimo, ho riso tanto da dimenticare le lacrime, ho ricominciato a mangiarmi le unghie, ho smesso di nuovo (spero!), ho letto il mio libro a bambini che mi hanno riempito l’anima e mi hanno fatta sentire felice, ho immaginato i prossimi tatuaggi trattenendomi a stento dal chiamare un tatuatore, ho mandato un sacco di messaggi vocali, ho fatto figuracce, ho litigato e ho fatto pace.
Insomma, non ho un cavolo di motivo per non dichiararmi felice.
Perché i dolori ci sono, restano, ma se c’è una cosa che amo di me è la mia capacità di abbattermi fino a vedere tutto nero e poi, con un bel respiro, regalarmi il sorriso più bello dell’universo. Sento nel petto mancanze enormi, ho paure grandi e ci sono momenti nei quali vorrei solo un abbraccio, ma è normale. E tutto questo, nella sua normalità, è meraviglioso.
Perché senza i miei dolori non avrei avuto libri da leggere, non avrei aperto questo blog, non avrei avuto il coraggio di scrivere quello che immagino, non avrei sentito vicine persone dopo averci scambiato due parole, non avrei la capacità di abbracciare e ascoltare, non avrei nulla di tutto questo insieme incasinato che forma la Celestina che sono oggi, adesso.
Oggi, alla fine, ho realizzato che forse non sono ancora pronta a saltare al di là di quel filo di seta. Ma posso camminarci sopra, guardare al di là, sedermici sopra e dondolare i piedi oltre quella cicatrice.
Oggi, alla fine, ho realizzato che forse sono molto più felice di quanto io stessa abbia avuto il coraggio di ammettere. Perché se si è felici si ha una grande responsabilità: continuare a lavorare per sentirsi sempre più in pace con se stessi, gli altri e l’intero universo.

Se sei arrivato fino a qua, beh, grazie.
Questa confessione così onesta forse è stata noiosa da leggere, ma se sei giunto a questa riga voglio che tu sappia che sei uno dei motivi per i quali mi sento fortunata. Scrivere è bello e serve a se stessi, ma sapere che c’è qualcuno che scorre ogni riga di quello che crei è meraviglioso.
Un abbraccio sincero,
Celestina

ps. Essendo una confessione, non rileggerò questo articolo. Spero gli errori non siano troppi!

Recuperare frammenti, pt 2

[…continua]
Questo racconto, invece, non è autobiografico [E non ho ricevuto una risposta da chissà quale meraviglioso ragazzo alla domanda finale!] ma, non è così lontano dal mio modo di essere attuale, dal mio modo di sentire. Ora basta pettegolezzi, spero vi piaccia:

-Ipotesi-

Mettiamo che io adesso saluti il gatto, esca di casa, mi chiuda il portone alle spalle e cammini lungo la strada.
Mettiamo che io prenda un treno, un aereo o anche semplicemente decida di salire in auto.
Mettiamo che io mi porti il romanzo che ho lasciato qualche mese sul comodino, che nelle cuffie faccia scorrere mehldau, che metta in borsa anche blocco e penna perché “non si sa mai”.
Mettiamo che io passi i caselli, le stazioni, il check-in e tutto quello che serve.
Mettiamo che io arrivi in città e la prima cosa sia trovare un bagno in cui sistemarmi i capelli e provare il sorriso meno imbarazzato possibile.
Mettiamo che poi io arrivi in una strada, una piazza, un negozio, un palazzo, una panchina o un monumento e ti scriva che “sono qui,ora, solo per mangiare un gelato”
Mettiamo che io sia lì, agitata, ad aspettare di vederti comparire e che da lontano riconosca il profilo del tuo viso.
Mettiamo che dopo la strada, il tempo, i messaggi, le telefonate, i silenzi, le risate, le fantasie e tutto quanto io alla fine sia lì, carne ed ossa, davanti a te.
Mettiamo che il mio sorriso sia un tremito felice ed imbarazzato e le mie parole siano troppe.
Mettiamo tutto questo e per ipotesi immaginiamo che accada tutto ciò
Tu, allora, saresti semplicemente, puramente, completamente felice?

Recuperare frammenti

Buonasera,

questa domenica pomeriggio di scatoloni, pensieri, mancanze e riflessioni sta terminando e io ho proprio voglia di prendermi – prepotentemente- tutto il tempo che mi serve per scrivere di me, di Margottina e di un po’ di quelle storie che ho accumulato e che mi ronzano in testa.
Prima, però, voglio recuperare due frammenti che ho scritto questa settimana e che non ho condiviso qua.
Il primo parla di me ed è una riflessione, una istantanea, un momento di onestà [continua]

Ho preso una scatola e l’ho riempita.
Ci ho messo dentro i miei libri preferiti,quelli che devo ancora leggere, quelli che non leggerò mai e quelli che ho letto tante volte,pure in inglese.
Ho iniziato a raccogliere pezzi di me e, senza che potessi impedirlo, insieme alla polvere ho smosso i miei pensieri.
Ho trovato tracce di quella che ero, come se tenessi in mano pagine fragili di un manoscritto abbandonato fra bollette e scontrini.
Ho trovato scarabocchi di quella che sarò, disegni che la positività di questi giorni mi fa vedere come bozze di quello che sarà un bel quadro in cui vivere.
Ho trovato biglietti di concerti nei quali ho lasciato il cuore, di spettacoli teatrali durante i quali mi sono innamorata, di musei nei quali mi sono trovata a ridere con mia sorella.
Ho passato i polpastrelli sulle scritte lasciate da artisti su biglietti e CD, sorridendo al ricordo dell’imbarazzo di ogni singolo autografo e sentendomi felice per quegli incontri.
Ho ripreso in mano guide turistiche che mi hanno fatto venir voglia di ripartire.
È solo la prima scatola.
È solo un piccolo frammento di me.
Ed in mezzo a questa carta e a questa polvere posso solo rimanere meravigliata da tutta questa vita e rimproverarmi per tutti i momenti di sconforto attraversati ultimamente.
È una scatola di sguardi, musica, parole, storie, racconti e colori.
Bellissima.
Un po’ come la mia anima, che continua a brillare sopra a tutti i dolori.

Forse.

Buonasera,

Questa lunga, estenuante, sfibrante settimana è arrivata alla fine. Mi trovo nel letto a sperare che la prossima settimana sia meno soffocante e che mi lasci qualche energia per godermi finesettimana (e il concerto a Lucca!!).
In questi giorni, avvicinandosi la fine di settembre, mi ritrovo a pensare ai sentimenti, alle emozioni e ad alcune questioni irrisolte prevalentemente costruite di frasi che avrei potuto dire diversamente o che non ho proprio detto.
Forse tutto questo aveva bisogno di venire fuori ed è sgorgato (in modo non lineare, lo ammetto), mentre ascoltavo la musica. Il percorso è stato Bosso-Fresu-Rava e mi ha portato casualmente a questa canzone.
Mi sono venuti in mente un po’ di racconti, ma tutti un po’ troppo personali. Poi, mentre cancellavo le prime righe di uno di questi, ne è nata un’immagine: mi sono vista seduta su una panchina, in una città non definita, a guardare tutta la storia dei due ragazzi dell’ultimo racconto (e di quello ad esso collegato). Ecco qua, spero di aver reso l’idea.

Forse alla fine non esistono storie così. 
Non esistono cieli in una stanza, canzoni scritte per un sorriso, racconti costruiti su una risata e poesie nate da quell’unico bacio scambiato tra due sconosciuti. 
Forse alla fine è un accontentarsi continuo, uno scegliere qualcosa che assomigli a quella sensazione di nausea ed euforia mischiate nello stomaco nel momento in cui lui ti saluta. 
Forse alla fine nessuno ha il coraggio di fare tutta quella strada solo per avvicinare due anime e nessuno ha quello necessario a fare l’unico, minuscolo, passo che voglia dire “sono qua, ti aspetto”. 
Forse alla fine ha ragione chi dice che l’amore non esiste, dopo una certa età.
Forse gli amori migliori sono quelli che restano sospesi senza mai nascere, fra le righe di qualche messaggio o gli spazi vuoti nei discorsi lasciati a metà. Sono puri, senza la sfumatura amara della delusione. 
Forse abbiamo così paura da finire rinchiusi in una monotonia di incontri tutti uguali, tutti superficiali, tutti inconsistenti e che lascino un vago ricordo destinato a sbiadire in pochi mesi. 
Forse la logica ingigantisce gli ostacoli, allunga le distanze, evidenzia le differenze e mostra, semplicemente, che non ha nemmeno senso provarci. 
Forse, forse è così. 
E’ tutto inutile. 
Quel ronzio costante, quel sorriso spontaneo, quel continuare a sperare che arrivi un messaggio e di incontrare quello sguardo almeno un’altra volta, forse sono solo una grande illusione. 
Ma perché mai, noi, sciocchi esseri umani incapaci di seguire la semplicità di uno sguardo, dovremmo arrenderci a tutte queste evidenze?
La musica continua a suonare, gli sguardi si intrecciano facendo nascere sorrisi più sinceri di tutte le costruzioni che impiliamo attorno al cuore e le scintille scoccano. 
E, se accade, lasciamo che gli amanti si chiudano in stanze senza pareti mentre a noi, seduti ognuno nel suo piccolo angolo di “se” e “ma” , non resta che scrivere di quel loro sorriso così dolce che, per un istante, un solo piccolo istante, ci ha dato speranza.