Insonnia 

Buongiorno, 

Stanotte,complice l’insonnia,ho scritto qualche riga che mi va di condividere con voi.  Oggi che è domenica spero di riuscire a trovare il tempo per scrivere almeno un paio di cose….chissà! 
Intanto vi auguro una buona giornata, 

Celestina 

È notte fonda e muori di caldo.

Allora apri la finestra, entrino pure le zanzare se accompagnate da un po’ di aria. 

È notte e sai che a quest’ora i pensieri possono solo essere pesanti.

Fra lenzuola sudate e cuscini trovi scampoli di conversazioni che forse speravi di aver dimenticato.

Invece sono lì. Sillabati nella tua memoria come le canzoni di quando eri ragazzino. 

Sono lì e cominciano a muoversi, a fluire, a ritornare a galla con semplice banalità.  

E allora anneghi fra le lenzuola sudate e i cuscini. 

Affoghi sentendo freddo nelle vene e le labbra secche per la sete e la disperazione.  

Affondi senza trovare la voglia di scalzare. 

Poi, senza alcun senso, ti addormenti. 

Ti addormenti urlando e sognando incubi.  

Ti ritrovi a guardare treni arrivare sentendo l’impatto sulle tue spalle.

Senti il vuoto sotto i tuoi piedi mentre dondoli in bilico su un ponte. 

Assaggi il sapore metallico del tuo sangue mentre le tue forze finiscono.

Ascolti le urla di qualcuno che cerca di acciuffare l’ultimo brandello di te che resta. 

Ricominci tutto dall’inizio, ogni volta, terminando sempre nell’oblio.

È notte fonda e fa caldo. 

Si soffoca eppure tu  ormai senti freddo. Si suda e tu affoghi.  

È notte fonda, la finestra è aperta e tutto sembra calmo, là fuori. 

Anche l’universo.

Anche le zanzare. 

Là  

Qua è solo notte fonda. 

È notte fonda e fra pensieri, incubi e ricordi tu, semplicemente, per un solo istante,  muori. 


Emozioni e tanta tanta energia

Buonasera,

dopo una decina di giorni di “stasera mi metto a scrivere” riesco finalmente a ritagliare qualche minuto per incollarmi – già, fa davvero caldo e non ho un ventilatore- sul divano e scrivere qualcosina su questo spazio al quale sono sempre più affezionata e che mi sento di trascurare sempre di più.
Lo ammetto, qualche settimana fa, in un momento di sconforto e crisi, ho pensato anche di chiudere e ritornare a scrivere solo su taccuini e documenti di word da tenere e dimenticare in qualche hard disk esterno.
Per fortuna non ho trovato il coraggio di farlo e, anzi, mi sta venendo voglia di associare anche una pagina facebook/Instagram per chi magari non conosce il mondo dei blog o non ha voglia di leggere tutte le parole che ci butto sopra quando riesco a prendermi qualche minuto.
Stasera sono allegra, ho voglia di ballare sul divano, di cantare (cosa che in realtà sto facendo e che i vicini non credo apprezzino scusate) e di scrivere tantissimo.
Ho anche voglia di mangiare cose nuove, di scattare foto e di ridere. Proprio questa voglia verrà soddisfatta a breve, visto che io e una mia cara amica domani partiamo per una rapidissima fuga a Lisbona! Solo adesso che non lavoro, studio o dormo (attività che ormai hanno tolto spazio a qualunque altra cosa), mi rendo conto che quel “Dai, andiamo da qualche parte quest’estate!” si è concretizzato e accadrà domani!
Yay!
Certo, una piccolissima parte di me è tristissima a pensare  che Daisy verrà abbandonata a Pavia. Credo di essere una “mamma” apprensiva, ma ho lasciato le chiavi a qualcuno che so verrà a farle qualche grattino e che ci sono almeno 3-4 amici pronti ad offrirsi per farle tutte le coccole che desidera. Ecco, forse devo preoccuparmi che poi Daisy non mi voglia più!
Quindi sono felice, emozionata e carichissima!

Lo stesso umore si associa ad un’altra cosa accaduta ieri sera, verso l’1. A quell’ora, infatti, ho chiuso il libro che stavo leggendo e ho sentito una botta di entusiasmo ed ispirazione prendermi. Il libro, fantastico, è sostiene Pereira e ha solleticato uno di quei progetti che si erano ormai accucciati in un angolo e si erano rassegnati a rimanere un “ah, una volta volevo..”. Parlo dell’idea di prendere un personaggio, crearlo, dargli una voce e farlo muovere.
Non sarebbe una cosa del tutto nuova, visto che io ho i miei personaggi a cui attingo ogni volta che immagino qualcosa e ci sono quei racconti che hanno dei protagonisti piano piano sempre più dettagliati. Ma c’è un profilo in controluce che ho incrociato più di un anno fa una sera, mentre stesa a letto pensavo che vorrei tanto scrivere un libro (ma che fantasia, lo avreste mai detto?). Lei è apparsa qualche volta, mi ha fatto pensare spesso che vorrei conoscerla di più e sapere la sua storia. Pereira, dunque, ha spolverato quell’idea, ha ridefinito quel profilo e io mi sono ritrovata, all’1 passata, a ridere eccitata seduta sul letto e a tenermi ferma per impedirmi di correre a scrivere, visto che oggi sarei dovuta andare a lavorare.

Quindi sto così, oggi, emozionata, carica, pronta a viaggiare e a scoprire.
Le cose tristi, i pensieri pesanti, i momenti di sconforto e la paura per tutto quello che arriverà, oggi, sono coperti dal rumore della zip della mia valigia e dalla ruga che si crea quando Lei sorride.

Ci sentiamo presto e non preoccupatevi per Daisy, è in ottime mani!

Celestina

Un racconto in ritardo di due mesi.

Buongiorno,

Oggi vorrei scrivere una cosa che ronza nella mia testa dal 30 marzo. Purtroppo ho rimandato così a lungo che non ha più lo stesso sapore, ma solo la stessa frase finale (che è quella attorno alla quale ha girato tutto per due mesi).
Spero che, comunque, emozioni e faccia capire quanto amore ci sia dentro perché, sì, questo è proprio amore.

La punta del Cornetto

Entro grande salone cercandola con lo sguardo e sento il respiro fermarsi appena la individuo in fondo, con lo sguardo perso nel vuoto.
Lei non sapeva sarei arrivata, ma appena mi vede sorride come se mi stesse aspettando.
Mi avvicino, la saluto con tutta la gioia possibile e la abbraccio. Istintivamente appoggio il naso sul suo collo e cerco quel profumo che mi fa sempre sentire coccolata e protetta, quel profumo che non posso dimenticare.
-Ciao amore.-
Due parole, solo due parole e io mi devo già costringere a tenere forte le lacrime dentro, in fondo.  
Essere il suo amore è la cosa più naturale del mondo, continuare ad esserlo senza sbiadire è la cosa più difficile del mondo.
-Che ne dici, ci mangiamo un bel gelato?-
Sorride e io l’accompagno a prendere un gelato e poi fuori, dove ci sono gli alberi, il profumo dell’estate e una panchina sulla quale sedermi per parlare con lei.
Indossa una camicetta bianca, leggera, una di quelle che ha messo in una delle nostre tante passeggiate, una vita fa. Una di quelle che stirava con attenzione e che profumava come ogni sua cosa.
Il suo profumo arriva alla mia memoria e mi riempie il naso e la bocca.
Di nuovo, stringo la commozione sotto ad un sorriso.
Scarto il Cornetto e glielo porgo.
Mi piace vederla mangiare, anche se a fatica.
Ricordo quando ci siamo sporcate le mani e la faccia mangiando un galletto con le patatine e il modo in cui rideva forte dopo aver bevuto una birra.
Di nuovo, mi paralizzo in un sorriso e le prendo la mano.
Le chiedo di raccontarmi la sua giornata e cerco di seguirla nei suoi discorsi, perdendomi.
Allora parlo io, parlo tanto, parlo più di quanto farei normalmente e le racconto storie.
Cerco di farla ridere, ma lei sorride e basta.
Lei sorride e mi basta.
Lei sorride piano, tremante, come se quel gesto le costasse una fatica immensa e io mi sento grata e colpevole allo stesso tempo.
Con un gesto le pulisco la bocca, le porgo un sorso d’acqua e le accarezzo la guancia. E’ umida. Mi accorgo, allora, che anche lei nasconde le lacrime dietro ad un sorriso.
Cosa starà pensando? Cosa starà vivendo?
Le parole finiscono e pure la forza di stringere i denti.
Le prendo la mano tremante. E rido, senza nemmeno rendermene conto.
Rido e “tiro su col naso” mentre le nostre mani si scuotono a vicenda e non capisco più se sia lei a muovere me o io a muovere lei.
La guardo e mi aggrappo a tutto quello che provo per lei e alla speranza che possa capire quanto amore io provi per lei.
-Ti voglio bene, lo sai?- 
– Ti voglio bene amore mio.- 
Mi guarda e per un attimo sembra ricordarsi tutto, sembra ricordarsi tutta la nostra storia e il nostro amore. Per un attimo io sono di nuovo Cele e lei è di nuovo la mia nonna. 
Le do l’ultimo pezzo di gelato, ma lei mi guarda e non lo vuole
-Mangialo tu.-
Io le dico che non posso, non mi va, non mi piace, qualcosa per rifiutare e le avvicino alle labbra la parte finale del gelato.
Lei apre la bocca e si illumina sentendo il sapore dolce.
E in quel momento, in quel frammento di universo nel quale io e lei riusciamo a toccarci, io ci credo davvero e capisco.
Capisco che, alla fine, forse è proprio vero che tutto l’amore possibile è racchiuso nella punta del cornetto.

Un mercoledì di fine maggio

Buonasera,

la seconda prova di tre è andata, ora manca l’ultima.
Purtroppo sono troppo stanca per studiare e lo stress accumulato inizia a farsi sentire. Quindi, come ormai è consuetudine quando non dovrei distrarmi, provo a scrivere una cosa che mi ronza in testa da un po’.
Anche in questo caso c’è la panchina, ormai i racconti iniziano ad accumularsi!

Spero vi piaccia,
Celestina

Un mercoledì di fine maggio

Fa freddo, questa sera.
Ho passato la giornata a sudare, a maledire il caldo e a lamentarmi di questo maggio che toglie il respiro e le forze.
Ma stasera, su questa panchina, ho freddo.
Me ne sto seduto immobile ad ascoltare la voce stonata di alcune ragazze che cantano dietro una finestra e ad immaginare come e quanto possano essere felici.
Vorrei smettessero di disturbare questo silenzio con la loro gioia giovane e fastidiosa.
Un’auto passa e i bassi di una canzone di Jovanotti smuovono il cespuglio di fronte a me.
Perfetto.

Un ragazzo ed una ragazza camminano, lei ride e lui la bacia prima ancora che quel suono fragoroso smetta di echeggiare nella piazzetta.
Perfetto.
Delle ragazzine allegre e una coppietta in piena crisi ormonale. Non chiedevo di meglio.
Stufo di tutta questa confusione, lascio la panchina e cerco di allontanarmi alla ricerca del silenzio.
E’ mercoledì. Maledizione.
Orde di ragazzi si stagliano a mucchi nel mio cammino. Ragazze troppo truccate, troppo profumate e troppo rumorose ridacchiano abbassando leggermente il volume al mio passaggio. Alcune mi guardano con occhi curiosi, mettendo istintivamente in mostra le cosce sode strizzate in minigonne e i seni giovani e profumati.
Cerco un briciolo di curiosità verso quei corpi, ma la mia mente e la mia sagoma vogliono solo camminare fuori da questo casino.
Sentendo l’aria mancarmi imbocco un vicolo che sembra sgombro e buio.
Mi piace.

La sensazione di freddo è ancora attaccata alla mia pelle, nonostante la camicia con le maniche lunghe e il termometro della farmacia segni 27 gradi.
Piano piano riprendo a respirare mentre seguo queste stradine senza cercare di capire dove stia andando.
Il silenzio mi abbraccia mentre la strada si allarga e mi porta sull’argine del fiume.
Il panorama è bellissimo: buio e pieno di vita.
Seguo lo scorrere del fiume cercando di non inciampare sulle bottiglie abbandonate tra i ciuffi d’erba. E’ mercoledì, maledetti ragazzini.
Salgo una scaletta e percorro un ponte, fino a metà.
C’è silenzio, finalmente.
Immerso in questo nulla, mischiato a lacrime improvvise, esplode il tutto che ho dentro. Si lacerano ferite che credevo di aver visto rimarginare, sanguinano i ricordi dei dolori causati e di quelli che mi sono piombati addosso senza preavviso, bruciano pensieri brutti, pensieri orribili.
Fa caldo, in questa cazzo di città.
Fa caldo e sono stufo del sudore, delle zanzare, di maggio, delle coppie che si baciano, delle ragazze che mi sorridono, dei cani che corrono felici nei parchi, delle ragazzine che cantano, delle poesie, dei sorrisi, degli addii, dei forse, delle scopate senza senso, delle scopate in cerca di un amore, di fare l’amore e vedere che alla fine ero solo un diversivo, dei baci rubati, dei baci non dati, dei fallimenti, degli  insuccessi, dei brutti voti, dei bei voti non meritati, del diploma, della laurea, del dottorato, del lavoro, del tempo libero, delle feste, degli amici, degli stronzi che mi parlano alle spalle, della puzza di sudore in biblioteca, del profumo dolce della ragazza che mi ha ignorato, della carta dei bagni che manca sempre, del caffè troppo lungo, della macchina sempre in riserva, della coda all’esselunga, delle bollette da pagare, della mia pelle, della mia barba, dei capelli che ho paura di perdere, delle unghie che continuo a mangiare, del traffico, dei semafori, del caldo. Sono stufo di tutto. Sono stufo di questa camicia che mi soffoca. Ecco, me la levo e che se la prendano le nutrie.
Fa freddo, cretino che non sono altro.
Ma perché mai ho lanciato la mia camicia nel fiume?
Fa freddo.
Vedo la sagoma chiara sfiorare l’acqua e poi galleggiare tra la corrente.
Sono stufo di piangere e di stare così.
Sono stufo di rincorrere qualcosa che non avrò mai, forse proprio perché non ho mai avuto le palle di capire cosa diavolo io stia cercando.

C’è troppo rumore in questo silenzio.
C’è troppa luce in questo fiume buio che scorre via.

Respiro. Respiro a fondo e piano, sentendo  la calma arrivare.
E’ tutta la vita che penso a questo momento.
Ripenso a quella ragazza che ride mentre il ragazzo la bacia e la stringe. Ripenso alle canzoni stonate. Ripenso al mercoledì sera degli universitari. Ripenso a quando tutto questo poteva essere mio eppure non mi dava gioia.
Ripenso ai cani che corrono nel parco e alle vecchiette che li richiamano per rientrare in casa. Ripenso a quella panchina su cui una vita fa stavo seduto a sbuffare per il caldo.

Ripenso al rumore della vita, ne sento il suono infrangersi sulla superficie dell’acqua e assaggio il silenzio.
Ha un sapore salmastro che mi riempie i polmoni.
Mi immergo in questa pace e in questo silenzio,
Una parte di me cerca di aggrapparsi ad occhi, sorrisi, mani e sensazioni calde di amore.
Ma la pace del buio è immensa.
La pace del buio mi abbraccia.
La pace.

Finalmente, un mercoledì sera di fine maggio, ho smesso di piangere.
Non ho più caldo, non ho più freddo.
Ora è solo il nulla.

Un amore, una panchina

Buonasera, 

Una prova su tre è andata e l’ispirazione che doveva tacitarsi ha deciso, invece, di disturbare anche questa sessione disperata di studio. 
Credo sia il caso di svelare il mio “progettp”, visto che ormai sta prendendo corpo:

Vicino a casa mia c’è una piazzetta con una panchina. Facendo una foto, qualche giorno fa, ho pensato che su quella panchina avrei potuto immaginare tante storie, almeno dieci. Ed eccoci, allora, a dieci storie per una panchina! Lo so, il titolo non è chissà che cosa, ma ormai siamo in ballo.  Vorrei scrivere dieci storie che, anche in un loro frammento, siano legate a quella panchina. 
Ecco quella di oggi (poi nella sezione racconti segnalerò quelle già pubblicate). 

Spero vi piaccia l’idea… e anche la storia di oggi! 
Buona serata, 

Celestina 

Si siede su una panchina,  a fine giornata,  ad ascoltare gli alberi respirare e gli uccellini festeggiare qualcosa. 

Si siede sul bordo,lasciando il resto della lastra di pietra vuota.


Il profumo di gelsomino le fa respirare a pieno l’estate che ormai è arrivata e le ricorda quando,  anni prima aveva immaginato una scena come questa.


Un ragazzo che arriva sorridente e luminoso nella sua camicia bianca, si siede accanto a lei e la abbraccia. 

Il tuffo al cuore nel sentire il profumo sul suo collo e il tono della sua voce sussurrare quanto sia assolutamente bella. 

Un bacio. Semplice,leggero, appena oltre il saluto e poco prima dell’intimità,  che li ricongiunge dopo una lunga giornata. 

Tante parole più gesticolate che parlate.  Tanti momenti di silenzio che la fanno arrossire quanto basta perché lui la prenda in giro. 

Le loro mani che si cercano, si trovano,  si stringono e vanno oltre alle piccole paure di un amore che sboccia in mezzo ad una piazzetta, su una panchina che non ha nulla di romantico, se non quel ricordo appena creato. 

E poi un altro bacio, due baci, infiniti baci e un sorriso complice che li fa alzare e camminare verso casa, che ormai il sole sta tramontando. 

Quasi lo vede, ne sente il profumo, ne immagina il tono della voce mentre stiracchia le gambe e si allunga sulla panchina vuota. 

Lo aveva immaginato così bene che si era dimenticata di immaginare anche la forza che serve a trovarlo, crederci e tenerlo. 

Ma non è triste,  mentre inspira il profumo di questo pomeriggio estivo che finisce. 

Alla fine quella panchina ha ospitato tanti baci, forse troppi. Ora è il momento che a riposare sulla pietra sia qualcos’altro, anche se è solo una donna che non aspetta e che si farà sorprendere da un amore, che, magari, è quello per sé.

Ho perso le chiavi di casa

Come non detto,

mentre cercavo le chiavi di casa mi è venuta in mente questa scena e ho deciso di provare a scriverla, anche perché si ricollega in qualche modo a quell’idea che ho accennato nell’articolo precedente.

Ora dovrei davvero reprimere tutte le ispirazioni e andare a studiare!

Celestina

Ho perso le chiavi di casa.
Le avevo in mano, ricordo il loro tintinnare tra le mie dita.
Ma ora non le trovo più.
Ho smesso di sentire il loro peso aggrappato al mio anulare nel momento in cui mi hai sorriso.
Non ti sei fermata, hai continuato a camminare, lasciando però che i tuoi occhi indugiassero sui miei abbastanza da farmi dimenticare che dovevo andare in farmacia.
Un attimo prima ero diretto a comprare delle medicine e un attimo dopo, senza nemmeno rendermene conto, stavo camminando verso casa.
Non ti ho seguita, non ti sei fermata. Eppure sento come se sulla mia barba si fosse impigliato,dopo un lungo abbraccio, qualche tuo capello.
Ho perso le chiavi di casa e anche l’occasione di fermarti.
Il tuo cammino è continuato nella direzione opposta alla mia e non ho potuto catturare altro se non un leggero sorriso. Forse era un saluto, un arrivederci, un addio, forse era solo un riflesso involontario.
Ho perso le chiavi di casa mentre camminavo per questa città con la  mente assorta in ogni dettaglio della tua immagine, mentre passeggiavo in una piccola piazza e arrivavo davanti al portone.
Ho guardato in basso e il tintinnio era sparito, così come il peso e tutti i pensieri con i quali avevo iniziato a camminare.
Ho perso le chiavi di casa. 
Forse le hai trovate tu.
Forse sono abbandonate sotto qualche portico.
Forse se ne stanno sdraiate sopra ad una panchina, ad aspettare che qualcuno le trovi, mentre si siede a pensare allo sguardo di una ragazza appena incrociata e che ha cambiato un po’ il colore di questo pomeriggio estivo che finisce.

Stress e ispirazioni che violano il coprifuoco

Buonasera,
sulla soglia delle prove finali della scuola di specializzazione che ho frequentato negli ultimi due anni, vorrei condividere con voi due trafiletti che ho scritto negli ultimi giorni. Come sempre, nei periodi di stress o (presunta) concentrazione, mi vengono in mente tante storie, tante idee e tante fotografie da voler raccontare.
Uno dei due pezzi che ora condividerò mi ha dato l’idea per una serie di racconti, che spero di riuscire a scrivere a breve e a pubblicare con periodicità, portando a termine almeno questo “progetto”.

Ora torno a sfogliare, leggere, sbattere la testa contro il tavolo.

Buona serata,

Celestina

– Su una panchina-

Se l’amore arrivasse, lo riconosceresti?
Se si sedesse accanto a te, su una panchina, sfiorasse il tuo ginocchio e ti facesse ridere, rimarresti lì?
Se pedalasse su una bicicletta rossa con un vestitino rosa svolazzante e allegro, spereresti di sentire il rumore dei freni e del campanello che ti saluta?
Se nuotasse accanto a te, indossando una ridicola cuffia verde e schizzandoti la faccia con i piedi, usciresti dalla piscina?
Se suonasse le note di qualche canzone che non conosci, ti fermeresti ad ascoltarlo e a cantare con lui?
Se sorridesse dall’altro lato della stanza, rimarresti serio e impassibile o arrossiresti senza poterlo impedire?
Alla fine passiamo la vita a parlare di amore, a cercare l’amore, a descrivere e cantare l’amore.
Alla fine non ne riconosciamo neppure un briciolo, e non cogliamo nemmeno quello semplice di uno sguardo che potrebbe voler dire qualunque cosa.
Alla fine se ci inciampiamo lo analizziamo, interroghiamo e farciamo talmente tanto di parole che perde ogni sfumatura di gioia.
Che poi, l’amore, è così semplice che non provarlo almeno 10 volte al giorno sarebbe un peccato.
Fosse anche solo per chi raccoglie la tua matita in biblioteca o per chi, quando incrocia il tuo sguardo al bar, sorride e ti migliora la giornata.
Che poi, l’amore non deve essere grande. Può essere anche solo un pomeriggio di luce su una panchina, una scritta sul muro e un bacio di cui dimenticarsi il sapore un mese dopo.

 

 

 

– Un istante-
In quanti, negli ultimi istanti, hanno guardato questa luna definirsi nel cielo all’evaporare del tramonto?
E quale abito avrà indossato per ognuno di quegli sguardi?

 

È romantica per la ragazza che la guarda, socchiude gli occhi e sente le dita di quel suon primo amore scostarle i capelli

 

 

È energica per la comitiva festante che s’ingozza all’aperitivo e sente l’euforia del sabato salire.

 

È una lacrima per chi ha perso quell’amore che credeva unico o forse l’ha abbandonato sul ciglio di una strada che ora non sembra più così sicura.

 

È un invito per chi, seduto su una panchina, morde baci sconosciuti e sente tutti i vincoli sciogliersi.

 

È una domanda per chi sfiora le dita di una mano e la stringe senza voler trovare risposta

 

È una lama per chi ha perso le radici, non ha rami e sente l’esistenza accartocciarsi su di sé.

 

È una vecchia storia sbiadita fra i ricordi della nonna che bagna i geranei e abbassa le tapparelle.

 

È una preghiera per chi non sa cosa succederà domani e spera sia almeno meglio dell’oggi.

 

È l’ ultimo sospiro per chi chiude gli occhi e spera che nel “dopo” siano solo luna e stelle.

 

È il riflesso degli occhi di quella donna che, sudata, lo abbraccia dopo aver fatto l’amore.

 

È la paura, prima di saltare,prima di volare e smettere di esistere.

 

È la nota stonata della canzone urlata l’estate scorsa in auto con la propria migliore amica.

 

È una sagoma luminosa, di gioia o disperazione.
Riceve domande e scava risposte diverse per ogni naso alzato una frazione di secondo, il tempo necessario per dire “che luna” e poi tornare con i piedi ancora più ancorati a terra.